C'è solo un difetto che dobbiamo imparare a rimediare, secondo il pensiero Zen.

Sono molte le ragioni per le quali siamo paralizzati dalla semplice idea di fallire e di non essere in grado di affrontare i nostri fallimenti. L’ansia ci domina solo pensando a questo. Cosa succede se ci viene presentata una nuova opportunità? E se questo mi pone ridicolo? Cosa succede se deludo qualcuno? Queste sono solo alcune delle domande che ci vengono in mente nel momento di prendere una decisione.

I pensieri persistono e diventano ossessivi quando non sappiamo come affrontarli. Non possiamo evitare di cercare di intravedere il futuro – che non è male – ma non lo facciamo in modo lungimirante, più intuitivo. Diamo per scontato che solo gli errori ci attendono sul cammino. Stiamo per fallire, ci assicuriamo. Niente sarà più lo stesso.

Ecco che allora arriva proprio il fallimento. E sapete perchè? Perché la mente – e anche le posture del nostro corpo – possono precondizionarlo, rilasciando ormoni e neurotrasmettitori la cui influenza sul nostro comportamento è davvero potente. Il solo pensarlo, è come un’autoprogrammazione e quindi iniziamo con il pensiero a creare la nostra realtà, anche quella futura.

Perché non possiamo fluire senza i vincoli del fallimento?

Il più importante maestro Zen in Occidente, il famoso monaco buddhista giapponese Taisen Deshimaru (Kyūshū, 29 novembre 1914 – Parigi, 30 aprile 1982), pensava che il problema è che cerchiamo la libertà nel posto sbagliato. La libertà è l’obiettivo a cui tutti aspiriamo, ma per il Maestro Deshimaru era chiaro che l’ambizione e il desiderio portano gli individui, nella società moderna, a feticizzare la libertà: la confondiamo con questioni come il successo personale.

Poiché è impossibile raggiungere la libertà, a cui lo Zen si riferisce, attraverso le ambizioni materiali, è ricorrente che ci troviamo di fronte al fallimento.

La vera libertà è nella mente […] Anche quando i miei progetti falliscono, anche se tutta la mia missione fallisce, ho ancora il mio kolomo (vestiti) e la mia testa rasata, e ho potuto dormire sul ciglio della strada”.

Cercare la libertà oltre la propria psiche, la quale ci collega con gli altri e con il cosmo, è ciò che ci conduce a una paura irrazionale del fallimento. Ciò non significa che dobbiamo isolarci per non fallire, ma che dobbiamo costruire ciò che siamo nel mondo materiale su un solido lavoro soggettivo.

Solo allora possiamo renderci conto che l’unica pecca importante che possiamo commettere è credere che possiamo fallire.

Perché, in effetti, il fallimento è qualcosa di relativo al tempo. Ciò che percepiamo come un fallimento, dobbiamo riprenderlo come un’opportunità per riflettere. Il fallimento dovrebbe servire a rafforzare la psiche e come un momento per reindirizzare le nostre intenzioni.

Ray Bradbury (Waukegan, 22 agosto 1920 – Los Angeles, 5 giugno 2012) lo sintetizzò lucidamente nel suo libro “Lo Zen nell’arte di scrivere. Libera il genio creativo che è in te“:

“Non dovresti guardare indietro per concepire il lavoro che hai fatto come un fallimento. Fallire è arrendersi. Ma sei nel bel mezzo di un processo in corso. Nulla fallisce, quindi. Tutto continua. Il lavoro è finito. Se è buono, imparerai da esso. Se è brutto, imparerai ancora di più. Il lavoro svolto è una lezione da studiare. Non c’è fallimento se non ci si ferma”.

I fallimenti non esistono: sono solo un’illusione che fungono da barometro, che possono aiutarci a sopravvivere. Ma questo, soprattutto, deve spingerci a continuare: a fluire. [Fonte: Ecoosfera]