Tassa Digitale Internazionale: negoziazioni in alto mare.

I 137 paesi che hanno negoziato sotto l’egida dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), in inglese Organization for Economic Co-operation and Development (OECD), non sono riusciti nel tentativo di raggiungere un accordo su una tassa sulle grandi imprese del settore digitale prima della fine del 2020, termine che aveva fissato il G20, che potrebbe portare a un proliferare di iniziative unilaterali. “Il bicchiere è mezzo pieno: il pacchetto è quasi pronto ma manca un accordo politico”, ha ammesso lunedì Pascal Saint-Amans, responsabile della politica fiscale dell’Organizzazione.

I negoziati internazionali affinché i giganti digitali debbano pagare le tasse nei paesi in cui operano, e non solo in cui hanno sede, sono ancora in corso, ma la speranza di un compromesso è stata rinviata all’anno prossimo. L’OCSE ha annunciato che l’obiettivo ora è che ci sia una soluzione globale “al più tardi entro la metà del 2021”. Le discussioni sul cosiddetto “quadro inclusivo” non si limitano alla tassazione digitale, ma (su iniziativa principalmente degli Stati Uniti) riguardano anche l’obiettivo di stabilire un’aliquota minima globale nell’imposta sulle società per evitare che i paradisi fiscali siano utilizzato dalle aziende per stabilirvi la loro sede ed evitare di pagare le tasse.

Anche il segretario generale dell’OCSE, Ángel Gurría, si è sforzato di vedere il bicchiere mezzo pieno, sottolineando che con l’ultima riunione dell’8 e 9 ottobre tutti quei paesi hanno compiuto progressi sostanziali e hanno “una base solida per una soluzione globale“, che lui stesso mercoledì presenterà ai ministri del G20. Gurría inoltre non ha nascosto la prospettiva della fine di questa nuova scadenza senza impegno, il che significherebbe che le “azioni unilaterali” si moltiplicheranno per i paesi che creeranno le proprie tariffe digitali nazionali, che a loro volta avranno la loro risposta sotto forma di sanzioni da altri paesi che si sentiranno danneggiati, prima di tutto dagli Stati Uniti.

L’ex ministro messicano ha affermato che l’OCSE non può impedire ai paesi che hanno già preparato i loro dispositivi fiscali da imporre alle grandi aziende digitali, come la Francia o la Spagna in Europa, di metterli in atto prima della scadenza del nuovo termine, per il quale “sono sovrani”. Ma ha inviato un messaggio insistendo sul fatto che dobbiamo scommettere su una “soluzione multilaterale“, e ha ricordato che i paesi europei che hanno già legiferato hanno finora scelto di non applicare queste nuove aliquote, nello stesso modo in cui Washington ha lasciato in sospeso le tariffe con cui li ha minacciati.