PARTO PER FORZA E BAMBINA IN ADOZIONE – È accaduto nell’estate 2012, ad una donna italiana temporaneamente in Gran Bretagna per un corso di formazione. In seguito ad una crisi di panico dovuta probabilmente alla mancata assunzione dei farmaci per il disturbo bipolare, la donna è stata ricoverata e, mentre erano in corso gli accertamenti sulla sua condizione, il giudice ha dato il via libera per un cesareo forzato e la sottrazione della neonata alla donna. La futura madre è stata così sedata e operata per estrarre il bambino dal grembo. Al suo risveglio la bambina era già stata presa in cura dai servizi sociali, che hanno deciso di rendere la piccola disponibile per l’adozione. La discussa decisione dell’Alta Corte dell’Essex, presa dopo la segnalazione dei servizi sociali britannici, e le tragiche conseguenze della separazione di una madre da sua figlia probabilmente contro le regole del Diritto internazionale privato, è stata resa nota dal quotidiano del Regno Unito Telegraph.

Intanto, dopo la notizia in sé, nuovi colpi di scena si stanno profilando all’orizzonte della vicenda, con l’entrata in scena del padre della piccola, da cui la madre è separata consensualmente e che vive negli Stati Uniti e della sorella del padre, una zia amorevole riconosciuta anche come una buona madre, disposta ad assumersi le cure della nipote.

Ecco i dettagli della storia della donna italiana costretta a partorire in Gran Bretagna, così come sono stati riportati dal Telegraph.

La donna italiana incinta ha raggiunto l’Inghilterra l’estate scorsa per un corso di formazione della durata di due settimane, indetto dalla compagnia aerea Ryanair, che si sarebbe tenuto a Stansted, nell’Essex.

Soggiornava in un hotel nei pressi dell’aeroporto, quando venne colta da un attacco di panico, pare non riuscendo a trovare i passaporti per le altre sue due figlie, che erano nel frattempo tornate in Italia con la nonna materna. La stessa donna, in stato di agitazione, aveva già chiamato la polizia, che è arrivata alla sua camera d’albergo proprio mentre lei era al telefono con sua madre. Gli agenti hanno chiesto quindi di parlare con la futura nonna, che ha spiegato che la figlia era probabilmente in stato di agitazione perché non aveva assunto il farmaco che normalmente usava per contrastare il disturbo bipolare da cui era afflitta.

La polizia ha deciso il trasferimento in ospedale, affermando che ciò fosse necessario per verificare le condizioni di salute del feto. Al suo arrivo, la donna constatò con sorpresa che si trattava di un ospedale psichiatrico, dichiarò quindi di voler tornare in albergo. Ma fu invece trattenuta dagli inservienti, sottoposta al Mental Health Act e ricoverata. Intanto erano stati allertati i servizi sociali dell’Essex.

Dopo cinque settimane di ricovero, le venne detto di non fare colazione quel giorno, senza ulteriori spiegazioni.

Sedata in seguito alle rimostranze, si svegliò solo ore più tardi, scoprendo di essere stata trasferita in un ospedale diverso, e di aver subito un taglio cesareo. Non le fu mai permesso di vedere la sua bambina, che anzi le venne comunicato essere in mano ai servizi sociali e destinata all’adozione.

Nel mese di ottobre, la donna fu ascoltata in un’audizione di fronte al giudice, rappresentata dagli avvocati a lei assegnati dall’autorità locale, e la decisione delle autorità fu che dovesse essere rimpatriata in Italia senza sua figlia.

Uno shock ulteriore nel suo equilibrio psichico già fragile. Ma che l’ha portata a reagire comunque con coraggio: tornata in Italia, ha ripreso le cure e ha intrapreso una battaglia legale per riavere sua figlia.

Un caso complesso, senza precedenti, che sta coinvolgendo gli avvocati e le legislazioni di Italia e Regno Unito, ma ormai anche d’America, nel tentativo di ricostruire i fatti e le responsabilità della dolorosa vicenda.

Il Tribunale di Roma ha espresso sdegno per ciò che è stato fatto ad una cittadina italiana, che ha cioè residenza abituale in Italia. Ma il giudice inglese sostiene che, dal momento che non aveva protestato a quel tempo, aveva tacitamente accettato che i giudici inglesi avessero il diritto di decidere, e anche se lei non sapeva quello che stava per esserle fatto.

Ritenuta mancante della “capacità” di incaricare avvocati, è stata rappresentata dagli avvocati a lei assegnati dall’autorità locale.

Nel mese di febbraio, inoltre, quando la donna tornò a Chelmsford per perorare la sua causa e ottenere indietro sua figlia, il giudice, pur ammettendo che probabilmente riprendendo le cure la donna appariva coerente e diversa da quella che aveva visto in precedenza, non poteva rischiare che in futuro la situazione avesse una ricaduta. Ha quindi stabilito che la bambina debba essere data in adozione.