ZARA E ALTRI MARCHI MODA NEL MIRINO DI GREENPEACE – “Toxic Threads – The Fashion Big Stitch-Up“. Oltre alla sfilata di Pechino, per la denuncia dell’utilizzo e la presenza di sostanze tossiche nei capi di abbigliamento di molte grandi firme della moda, Greenpeace lancia anche una petizione per spingere il noto brand di abbigliamento Zara a “disintossicare” i suoi prodotti, controllandone la filiera, dalla scelta delle materie prime all’industria tessile e al confezionamento.

I marchi incriminati secondo Greenpeace sono venti, che l’associazione ambientalista ha sottoposto ad esame: Benetton, Jack & Jones, Only, Vero Moda, Blazek, C & A, Diesel, Esprit, Gap, Armani, H & M, Zara, Levis, Victoria’s Secret, Mango, Marks & Spencer, Metersbonwe, Calvin Klein, Tommy Hilfiger e Vancl. Ecco l’elenco delle case produttrici di abbigliamento che sottovaluterebbero l’uso di sostanze tossiche durante la produzione e la lavorazione dei capi. Inquinanti ed elementi chimici tossici per l’uomo le cui tracce restano negli abiti finiti, e soprattutto contaminano l’ambiente e avvelenano i lavoratori nei paesi di produzione, che equivale a dire i paesi in via di sviluppo dove la manodopera ha costi più bassi.

Due terzi dei capi testati nello studio di Greenpeace contengono sostanze chimiche potenzialmente dannose, veleni nei vestiti che indossiamo a cuor leggero.

Il gruppo ambientalista sta spingendo i marchi di moda ad impegnarsi per azzerare le quantità di sostanze chimiche pericolose nell’abbigliamento entro il 2020, oltre ad esigere dai fornitori di dichiarare pubblicamente il tipo e la quantità di sostanze chimiche tossiche che vengono rilasciate nell’ambiente durante la realizzazione di ogni capo.

I test effettuati da Greenpeace e riportati nel rapporto pubblicato online, con la lista dei prodotti presi in esame e i risultati delle analisi, hanno rilevato che l’89% dei capi analizzati conteneva “livelli rilevabili” di etossilati di nonilfenolo (NPE), che possono scomporsi in sostanze chimiche in grado di alterare l’equilibrio ormonale nell’uomo.

Sul sito Greenpeace, il rapporto Toxic Threads – The Fashion Big Stitch-Up, che rivela anche che in quattro prodotti sono stati trovati alti livelli di ftalati tossici, mentre l’uso di coloranti

azoici che determina la produzione di ammine cancerogene è stato accertato in due prodotti.

Anche quantitativi apparentemente piccoli, ma cumulativi e presenti in molti capi di abbigliamento, di sostanze come gli NPE, legalmente autorizzati, possono essere dannosi“, è il concetto espresso dal gruppo ambientalista nella sua relazione del 20 novembre 2012.

I principali brand di moda ci stanno trasformando tutti in vittime della moda con la vendita di capi di abbigliamento che contengono sostanze chimiche pericolose per noi e che contribuiscono all’inquinamento delle acque, rendendole tossiche, in tutto il mondo, sia durante la produzione che a causa del lavaggio domestico“, lo spiega Li Yifang, responsabile della Campagna sull’Inquinamento di Greenpeace in Asia Orientale.

Come attori globali, i marchi della moda hanno la possibilità di lavorare su soluzioni globali per eliminare l’uso di sostanze pericolose in tutte le loro linee di prodotti e di guidare un cambiamento nelle pratiche per tutta la catena di distribuzione“, dice ancora il rapporto.

Un punto dolente è anche quello dell’accumulo nelle discariche dei prodotti della moda, dovuto al consumismo e all’avvicendarsi rapido degli stili e delle collezioni. Ma si può essere fashion senza inquinare? La risposta sul sito Greenpeace.

Greenpeace ha anche attuato una protesta con gli attivisti che si sono raccolti davanti al negozio Zara a Budapest, sempre in data 20 novembre 2012.