NASA scopre milioni di punti caldi di metano nell'Artico.

Ci mancava solo questa! Gli scienziati del Boreal Arctic Vulnerability Experiment (ABoVE) della NASA – dedicato all’analisi dell’impatto dei cambiamenti climatici nelle aree remote dell’Alaska e del Canada – hanno studiato le emissioni di metano nell’Artico e hanno pubblicato il risultato del loro studio del 10 febbraio sulla rivista Geophysical Research Letters.

I ricercatori sostengono che l’espulsione di metano e altri gas a effetto serra nell’atmosfera è dovuta allo scongelamento del permafrost – lo strato di suolo perennemente congelato – all’aumentare della temperatura. Per capire fino a che punto il metano potrebbe accelerare il riscaldamento globale, gli scienziati devono conoscere la quantità di emissioni.

Per scoprirlo, nel 2017 i ricercatori hanno utilizzato aeroplani dotati di uno strumento specializzato che rileva immagini a infrarossi e ha analizzato circa 30.000 chilometri quadrati nell’Artico.

“Consideriamo i punti caldi come aree che mostrano un eccesso di 3.000 parti per milione di metano tra il sensore aereo e il suolo”, ha affermato Clayton Elder – autore principale dello studio – del NASA Jet Propulsion Laboratory di Pasadena, California.

“Abbiamo rilevato 2 milioni di questi punti caldi sul terreno che abbiamo studiato”.

Inoltre, gli scienziati della NASA hanno scoperto, in uno studio aggiuntivo, che la maggior parte di loro era concentrata a circa 40 metri dai corsi d’acqua e invece, a circa 300 metri dalla fonte d’acqua, è diminuita quasi completamente.

Scioglimento improvviso del permafrost.

“Dopo due anni di studi sul campo iniziati nel 2018 in un sito lacustre dell’Alaska con un punto di metano, abbiamo riscontrato uno scioglimento improvviso del permafrost proprio sotto quel punto”, ha rivelato Elder.

“È quel contributo aggiuntivo del carbonio permafrost – carbonio che è stato congelato per migliaia di anni – che essenzialmente fornisce cibo ai microbi che lo divorano e si trasforma in metano mentre il permafrost continua a scongelarsi”, ha teorizzato lo scienziato. Inoltre è la prima volta che lo strumento AVIRIS-NG viene utilizzato in luoghi in cui “le posizioni delle possibili emissioni legate al permafrost sono molto meno conosciute”.