Tutti i vantaggi fiscali della previdenza complementare ed integrativa.

La situazione in Italia dei lavoratori è sempre più confusa, soprattutto in ottica previdenziale. Le nuove generazioni hanno sempre meno certezze in merito al futuro e alla pensione.

In considerazione dell’incertezza, i futuri pensionati prendono in considerazione sempre più spesso soluzioni alternative, come la previdenza integrativa e quella complementare. A rendere ancor più appetibili questi strumenti finanziari sono sia le caratteristiche tecniche che la deducibilità fiscale ai fini Irpef. La defiscalizzazione dei contributi per le forme di previdenza complementare e integrativa varia però a seconda del settore di riferimento del lavoratore. Gli strumenti sottoposti a defiscalizzazione sono essenzialmente di tre tipi, come spiegano gli esperti di Moneyfarm.com: i fondi pensione aperti, i fondi pensione chiusi e i piani pensionistici individuali.

Si tratta delle opzioni a disposizione dei contribuenti per sostenere la crisi del primo pilastro. I fondi pensione chiusi sono quelli riservati ad un numero preciso di lavoratori a seconda della categoria o dell’appartenenza geografica, i fondi pensione aperti sono aperti ad ogni lavoratore ma sono meno liberi dei piani individuali pensionistici, che consentono al lavoratore di decidere l’importo da versare mensilmente, di orientare il versamento sui lunghi periodi e di sottoscrivere prodotti a basso rischio – come fondi comuni o ETF -, con la possibilità di ritirare in anticipo l’investimento a fronte di una circostanza particolarmente importante. A vantaggio del contribuente anche la possibilità di variare la formula di ottenimento delle forme versate: in soluzione mensile o con la riscossione immediata al momento del raggiungimento della soglia pensionabile del 50% dell’ammontare complessivo.

Per quel che riguarda i lavoratori dipendenti di realtà aziendali private, la deducibilità fiscale si estende a versamenti che non superino i 5164,57 euro.

In questo caso, è prevista la possibilità – che non è obbligatoria – di versare nel fondo anche il Trattamento di Fine Rapporto, ma lo stesso non è considerato nei limiti massimi di deducibilità. La deduzione è valevole sia per i redditi dipendenti che per quelli di impresa, sia per tutte le altre tipologie reddituali, comprese le formule di familiari “fiscalmente a carico”.

Per quel che concerne la previdenza complementare integrativa sottoscritta dai dipendenti pubblici, le quote versate per la costituzione di una rendita previdenziale che integri la previdenza sociale sono deducibili entro uno dei seguenti parametri: importo massimo di 5164,57 euro, il 12% del reddito complessivo o il doppio della quota di TFR versato alla previdenza complementare.

Se poi colui che sottoscrive un prodotto di previdenza integrativa o complementare è incapiente, ossia non risulta avere debiti da saldare all’Irpef per un periodo di tempo più o meno ampio, è comunque possibile ottenere gli sgravi fiscali previsti, ma solo nel momento della liquidazione della prestazione. In questo regime, il contribuente è obbligato a comunicare all’ente che eroga il prodotto pensionistico complementare o integrativo a quanto ammonta l’importo non dedotto tramite dichiarazione dei redditi.

In tutti i casi precedenti, il risparmiatore deve indicare l’ammontare dei contributi che ha versato per la pensione complementare o integrativa sia nel quadro RP della dichiarazione modello “Redditi Persone Fisiche”, sia nel quadro E del modello 730, pena la mancata deduzione ai fini Irpef.

Per calcolare le agevolazioni fiscali sulla previdenza complementare e integrativa, il contribuente dovrà tenere in considerazione l’aliquota Irpef relativa allo scaglione di riferimento e poi applicare tale percentuale all’ammontare complessivo dei contributi versati alle forme di previdenza integrativa.