L’alpinista Simone Moro racconta l'arrivo in cima del Nanga Parbat

“Arrivare in cima al Nanga Parbat e vedere, in una giornata bellissima, il K2, il Broad Peak, il Gasherbrum 1, il Gasherbrum 2, e le montagne dell’Hindu Kush è stata una visione pazzesca. Il Nanga Parbat è una montagna così isolata e gigantesca che mi ha permesso di osservare un a porzione di mondo bellissima”.

Così l’alpinista Simone Moro, ospite di 24 Mattino su Radio 24, ha commentato la conquista del Nanga Parbat, quarta vetta oltre gli Ottomila conquistato in inverno. “E’ un sogno di lunga data che si realizza – continua Moro – Al Nanga Parbat ho passato un anno della mia vita, sotto o lungo le sue pareti: il primo tentativo è stato nel 2003, poi nel 2011, nel 2014. Per i grandi sogni bisogna avere pazienza e io sono uno che non si demotiva facilmente. Questa volta è stata premiata la capacità di tutto il gruppo e la voglia di non ascoltare i distruttori di sogni che dicono che è impossibile e non ce la farai”.

Moro ha raccontato che “sulla cima del Nanga Parbat c’erano venti di 45 Km/h e la temperatura era di circa 40 gradi sotto zero. Le condizioni hanno messo a dura prova le nostre ambizioni: nell’ultimo tratto, la velocità con cui ci spostavamo era inferiore ai 100 metri di dislivello all’ora. Questo successo è una scuola di vita: noi siamo abituati a volere tutto e subito, spariamo i nostri obiettivi senza capirne la portata. Io sapevo benissimo che il Nanga Parbat d’inverno, come gli altri 8mila invernali, richiedeva la responsabilità di saper perdere e dover imparare dalle sconfitte i trucchi per mantenere alta l’asticella, per riuscire un giorno a passarla”.

Moro si trova in buone condizioni fisiche, anche se ha avuto problemi a un piede: “Il piede sinistro è ancora un po’ rosso ma non è niente di pericoloso, ho preso solo un gelone, ma non ho nessun principio di congelamento.

Io non ho voluto usare nessun sistema di riscaldamento meccanico delle suolette, perché nel mio mondo ci sono i puristi che ti dicono ‘hai usato le suolette e allora sei una pippa, non sei uno vero’. Allora io li ho fregati tutti : non ho usato suolette, non ho usato elicotteri , non ho fatto comunicazioni.  Ho fatto tutto solo con le mie forze”.

Alla domanda se il ‘campo 4’ non fosse stato posizionato troppo in basso, Moro ha risposto: “E’ vero, il campo 4 era particolarmente basso, a circa 7150 metri, perché il meteo non ci aveva mai permesso di andare in alto e acclimatarci. Quando è arrivata la finestra di bel tempo, noi avevamo capito di aver voglia di andare in cima, ma non eravamo acclimatati. Così, abbiamo cercato di mettere l’ultimo campo più in basso, per evitare di avere nausea e riuscire a dormire. Il problema poi è stato il  salto di mille metri secco nell’ascesa finale, ma ce l’abbiamo fatta”.

Moro poi ha parlato della compagna di avventura, Tamara Lunger, che si è dovuta fermare a poche decine di metri dalla vetta: “Facciamo fatica a non considerare Tamara una delle persone arrivate in vetta: lei ci vedeva e noi la vedevamo, ma ha deciso di fermarsi e di tornare indietro. Tamara la mattina era stata male e aveva vomitato, l’ultima volta che ci ho parlato mi aveva detto che se fosse arrivata in cima poi avrebbe avuto bisogno di una mano per scendere. Ma sul Nanga Parbat non è facile dare una mano a qualcuno, si è tutti al limite. Così, per non mettere nelle grane noi, Tamara ha rinunciato a 70 metri dalla cima, nonostante sarebbe stata la prima donna nella storia a fare un 8mila in invernale. Ce l’avrebbe fatta benissimo a salire”.