Studio shock: in Usa cancro killer, uccide più di patologie del cuore

Nonostante la scienza vada avanti, seppur a rilento, nel mondo e nel Nostro Paese si continua a morire di tumore. Secondo l’ultimo studio dell’American Cancer Society, si appresta a superare le malattie di cuore come causa principale di morte negli USA.

Attualmente è la causa numero uno in 22 Stati e prevale soprattutto tra gruppi etnici come gli ispanici e gli asiatici e nella fascia di età che va dai 40 ai 79 anni. L’American Cancer Society ha specificato che negli ultimi 25 anni i decessi sono calati sia per il cancro che per le malattie di cuore, tuttavia le morti per cancro sono diminuite meno di quelle per patologie al cuore.

Dal 1991, infatti, il tasso di mortalità per cancro è calato del 23% mentre quello per le malattie cardiache è calato del 46%.Sempre secondo l’American Cancer Society, quest’anno ci saranno un milione e 700 mila casi di tumore con quasi 600 mila decessi. Gli Stati più colpiti sono Alaska, Arizona, California, Colorado, Delaware, Idaho, Kansas, Kentucky, Maine, Massachusetts, Minnesota, Montana, Nebraska, New Hampshire, New Mexico, North Carolina, Oregon, Vermont, Virginia, Washington, West Virginia e Wisconsin.

Peraltro, in Italia, alcune statistiche su base europea confermerebbero che alcuni tumori sono più frequenti rispetto alla media del resto dei paesi del Vecchio Continente. Ecco perché, secondo le previsioni degli economisti, il mercato dei farmaci antitumorali dovrebbe diventare nel prossimo futuro la gallina dalle uova d’oro dell’industria farmaceutica.

A far la parte del leone tutt’ora e probabilmente nei prossimi anni saranno i colossi svizzeri, in particolare Roche e Novartis.

Le cifre che gli analisti dell’istituto IMS Health del Connecticut hanno previsto sono da capogiro: il mercato legato ai medicinali contro il cancro crescerà fino a 75 miliardi di dollari nel 2015. Facendo un raffronto con il 2009 quando la “fetta” era di 54 miliardi, la crescita sarà quasi del 40%. È ovvio che l’obiettivo proprietario per gli operatori del settore è quello di scoprire una cura per una patologia che secondo alcune statistiche arriverà a colpire una persona su tre nel corso della vita.

È altrettanto vero che ad affrontare la stessa sfida da una parte vi sono le organizzazioni senza scopo di lucro e dall’altra le multinazionali farmaceutiche che a differenza delle prime possono spendere circa trenta volte di più per la ricerca. Un po’ come accade sulle terapie per le malattie “rare” per le quali le case farmaceutiche fanno il semplicistico ed egoistico calcolo del “gioco che non vale la candela”.

Ecco perché, rileva Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, in questa difficile lotta contro la “peste” del terzo millennio dovrebbero essere i governi ad intervenire con investimenti massivi nella ricerca che sopperiscano alle gravi carenze che le dure regole del mercato determinano quando si tratta comunque di salute dei cittadini.