“La Silicon Valley sta arrivando” – è l’avvertimento del CEO di JPMorgan Chase, Jamie Dimon, nella sua lettera annuale agli azionisti, che ha evidenziato il crescente numero di start-up che lavorano su varie alternative al sistema bancario tradizionale. Con questa affermazione, Dimon si riferiva in particolare al business dei finanziamenti, ormai proposti in maniera efficace oltre che da istituzioni bancarie anche da singole persone grazie alla disponibilità di modelli di valutazione del rischio basati sull’utilizzo dei Big Data.

L’amministratore delegato di Barclays, Antony Jenkins, ha invece recentemente affermato che una serie di rivoluzioni in stile Uber, nel ramo finanziario, potrebbero ridurre l’organico delle grandi banche tradizionali ben del 50%, mentre la redditività in alcune aree del settore potrebbe crollare addirittura di oltre il 60%.

Il movimento in cui tutto questo rientra? La financial technology, meglio conosciuta con l’abbreviazione FinTech.

Partito da Londra qualche anno fa, quando si parla di FinTech ci si riferisce all’utilizzo della tecnologia, e di modelli di business innovativi, nel settore dei servizi finanziari: un aspetto della digital disruption che sta creando nuove modalità di offerta di servizi finanziari e che include pagamenti, valute virtuali, gestioni patrimoniali, transazioni peer-to-peer (o P2P), prestiti e crowdfunding. Nel mondo anglosassone una vera e propria rivoluzione finanziaria che, grazie a una serie di dinamiche start-up, sta mettendo in discussione il potere, finora incontrastato, delle grandi banche. Secondo una stima di Goldman Sachs, gli effetti di questa rivoluzione saranno importanti: le società di servizi finanziari rischiano infatti di perdere 4,7 miliardi di dollari in entrata a favore dei nuovi operatori FinTech. Tra i casi più noti Lending Club (la più grande IPO tecnologica del 2014), Funding Circle (servizi di prestito), Square (pagamenti online), Nutmeg (gestione patrimoniale), e TransferWise (pagamenti internazionali). Senza citare “l’antesignana” PayPal che, quotata (dopo la separazione da EBay) al Nasdaq lo scorso luglio 2015, ha raggiunto una capitalizzazione di circa 50 miliardi di dollari.

Secondo la private bank svizzera Pictet, negli ultimi anni gli investimenti globali in iniziative di FinTech sono triplicati: dai 4 miliardi di dollari del 2013 fino a raggiungere i 12.2 miliardi nel 2014 (+201% contro la crescita media degli altri investimenti a livello globale +63%). La maggior parte di questi investimenti riguarda gli Stati Uniti, anche se è stata l’Europa la regione che a livello globale ha fatto registrare la crescita più consistente di investimenti (+215%) nel 2014. Merito di questa rapida crescita il polo finanziario-tecnologico tra UK e Irlanda: i due Paesi concentrano il 42% degli investimenti europei del settore, anche se crescono meno (+136%) dell’intero continente. E anche il Bel Paese può contare sul suo fiore all’occhiello in ambito di FinTech con la start-up italiana MoneyFarm, che ha recentemente ricevuto l’investimento record di 16 milioni di Euro.

E’ innegabile che la rivoluzione innescata dalle nuove realtà operanti nel FinTech ha impresso un’accelerata all’innovazione e, in qualche modo alla democratizzazione, dei servizi finanziari per intercettare e rispondere alle esigenze delle nuove generazioni, alla ricerca di soluzioni digitali, immediate e low-cost anche in questo comparto. Quella dei servizi finanziari nasce infatti come una dei settori con il maggior numero di intermediari.

E questo è esattamente ciò che sta per cambiare. Come indicato in un recente articolo del Wall Street Journal le modalità di pagamento e di investimento a noi familiari finora, lasceranno il posto a qualcosa di molto diverso e ci troveremo di fronte a una sorta di “Uberizzazione” della finanza, ossia l’utilizzo dei big data per rendere le connessioni dirette tra le parti più semplici e veloci.

Come in altri settori “digitally disrupted“, una delle ragioni per una crescita così rapida del FinTech è la drastica riduzione degli investimenti necessari a sviluppare un nuovo servizio. Diffusione di cloud computing e di APIs (Application Programming Interface) consentono rispettivamente di ridurre i costi infrastrutturali e di integrazione con altri prodotti e servizi. Un esempio su tutti? Il robo-advisory, ossia la gestione dei risparmi automatizzata attraverso algoritmi che rappresenta una delle applicazioni più promettenti e una evoluzione. Anziché rivolgersi a un consulente in carne e ossa, i clienti rispondono ad una serie di domande online: quanto vogliono investire, per quanto tempo, con che obiettivo e che livello di rischio.

Altro campo sempre più esplorato – nel vasto e variegato settore del FinTech – è quello dei servizi di prestito P2P: ovvero la pratica di prestare denaro a persone o imprese direttamente online attraverso le piattaforme digitali. Velocità e semplicità sono i benefici dei prestiti peer-to-peer. Questi servizi permettono di sorpassare tutta una serie di procedure che sono inevitabili se si utilizzano i tradizionali canali bancari. Un sistema rivoluzionario per le piccole e medie imprese che, come anche un recente documento del World Economic Forum osserva, rappresentano uno dei principali motori dell’economia mondiale poiché rappresentano oltre la metà del prodotto interno lordo globale e impiegano quasi i due terzi della forza lavoro del pianeta. La tipologia di prestiti Peer to Business (P2B) al contrario dei sistemi bancari tradizionali consente un veloce ed efficace accesso al credito specialmente per le finora più penalizzate piccole e piccolissime imprese.

L’effetto potenziale del FinTech come “catalizzatore per la crescita” è tangibile. E in questo scenario rivoluzionario, le banche possono ancora giocare un ruolo attivo. Il mantenimento della leadership dei grandi player passa però necessariamente attraverso la consapevolezza che questo può avvenire solo attraverso la capacità di cogliere e fare propria questa innovazione: sviluppandola internamente o attraverso l’acquisizione strategica di nuove aziende FinTech.