Neet in crescita, sempre più giovani in Italia non studiano e non lavorano

Ancora un dato negativo sulla situazione dei giovani in Italia. Ai dati sulla disoccupazione che questa crisi ha portato a cifre impressionanti, si aggiungono quelli sui Neet. Solito acronimo inglese (Not in Education Employement Training) che sta a indicare coloro che sotto i trent’anni non fanno nulla: non studiano, non lavorano, non si formano. Non sono solo disoccupati, la loro situazione è anche peggiore: sono disillusi. Il 26,09% è un dato altissimo, tra i più alti dei paesi dell’Ocse, siamo davanti solo alla Spagna e alla Grecia. Il dato è peggiorato di sette punti dal 2008, ed è leggermente più elevato tra le ragazze rispetto ai maschi. Ma come al solito dietro i numeri ci sono le storie di chi dopo il diploma (49,87%) o dopo la laurea (10,13%) sta ancora aspettando un posto al sole. Ma è il 40%, che indica i giovani che non hanno acquisito un diploma, che rappresenta un dato sconfortante, e rivela come in Italia la dispersione scolastica sia ancora superiore agli altri stati Europei. È su questa ampia platea che si deve intervenire con progetti di formazione mirati.

I Neet sono considerati uno dei gruppi più problematici, anche perchè sono un gruppo molto diversificato, con problematiche non omogenee: comprende chi, magari giovanissimo dopo la scuola dell’obbligo lavora in nero; chi è demotivato e il lavoro non lo cerca più. Tra i laureati compare chi ha competenze poco richieste dal mondo del lavoro, obsolete o frutto di una scelta poco consapevole. Oltretutto sono profili non rilevati, ragazzi invisibili ai servizi. Quindi un primo livello di intervento è quello di farli emergere da quella che è considerata una zona grigia, per tentare poi di attuare percorsi che li guidino verso l’acquisizione di competenze maggiormente spendibili nel mondo del lavoro, corsi di formazione professionale per i più giovani, corsi di laurea breve per i diplomati.
All’interno di questo insieme c’è un sottoinsieme se vogliamo, ancora più difficile da raggiungere: sono i giovani stranieri che non lavorano, non studiano, spesso non imparano neanche la lingua. Questo fenomeno si registra soprattutto nelle regioni del Nord Italia dove costituiscono, in percentuale, il doppio rispetto agli italiani; e ovviamente tra di loro il primato spetta alle ragazze. Due su tre sono a casa. La dispersione tra le giovani straniere è altissima. Molteplici i motivi che le tengono lontane dalla scuola o dal lavoro: ragioni di tipo culturale, come la tendenza al matrimonio precoce e alla maternità; ma anche difficoltà ad inserirsi nel tessuto sociale e altre di tipo economico.


In questi anni di crisi si è cercato di intervenire, ma evidentemente ancora non basta.
Progetti quali AMVA (Apprendistato e Mestieri a Vocazione Artigianale) o il Progetto giovani Laureati Neet, hanno come obiettivi, il primo di far riscoprire la manualità attraverso la formazione sul campo, con apprendistati nell’ambito del settore artigianale; il secondo di aiutare i giovani laureati nella ricerca di lavoro, realizzando tirocini che permettano di fare esperienza concreta in una azienda.
Altra opportunità da vagliare è un corso di laurea breve, scelto con attenzione alle richieste del mercato, che può fare la differenza. Oggi le opportunità sono molte anche per chi abita in territori svantaggiati e lontani dalle infrastrutture universitarie grazie all’opportunità di conseguire una laurea breve attraverso un’università telematica.
Infine NetnotNeet, un progetto lanciato a livello europeo lo scorso anno che attraverso la diffusione di buone pratiche e la costituzione di reti tra istituzioni pubbliche, istituti e servizi che si occupano di formazione cercherà di dare supporti e contributi logistici (e i fondi) per contrastare questo fenomeno.

Molte le iniziative per contrastare un problema che oltre ad essere personale, diventa uno spreco enorme di risorse. Costituisce inoltre un problema sociale e un costo stimato per l’intera Europa in due miliardi di euro la settimana. Ridurre gli abbandoni scolastici sotto il 10%; agire sul fronte dell’orientamento, aumentare il collegamento scuola lavoro sembrano essere strategie per contrastare il fenomeno. Ma per adesso i dati continuano a crescere.